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L’Islanda in bianco e nero

Un reportage inconsueto da un paese ormai entrato a far parte delle mete turistiche più amate, soprattutto dai fotografi.

testo e fotografie della lettrice Silvia Sabatini

Ecco un nuovo servizio selezionato dalla redazione nell’ambito dell’iniziativa Il mio viaggio 2017, organizzata in collaborazione con TPW. Fino al 15 giugno potete condividere le vostre fotografie di viaggio in forma di reportage, ma attenzione: non vogliamo vedere le foto delle vostre vacanze, o dei luoghi che avete visitato. L’obiettivo è raccontare una storia per immagini che colga lo spirito di un luogo, o meglio, del viaggio stesso. Cliccate qui per leggere le istruzioni.

Un viaggio on the road di 14 giorni,  dormendo in un Renault Kangoo, 2.500 chilometri tra tempeste di neve, ghiaccio e sabbia vulcanica, cercando l’isolamento, la natura selvaggia e la solitudine in una nazione che solo recentemente sta imparando a fare i conti con il turismo di massa.

L’Islanda conta 321 857 abitanti, sparsi su un territorio di 102 819 km². Di questi, circa 15 000 sono parco nazionale, e un’altra buona parte è una landa desolata e disabitata spazzata 365 giorni l’anno da un vento costante e gelido, oppure ricoperta da sabbia vulcanica, o da ghiaccio perenne. Per questo, oltre un terzo degli islandesi vive nella capitale.

A seguito della crisi del 2008, l’economia Islandese ha subito un duro colpo. Basandosi principalmente su pesca e conseguente lavorazione del pesce, questa piccola nazione ha inizialmente faticato a riprendersi, finchè, complici i primi set cinematografici e alcuni fotografi temerari, le prime immagini di grandi iceberg su spiagge di lava nera e di aurore boreali che si riflettono sulle cascate hanno iniziato a raggiungere il resto del mondo. E presto, sono arrivati loro, i turisti.

Dopo una crisi economica che ha imposto un regime di austerity ad una nazione che già viveva una vita difficile e ricca di sacrifici, i soldi facili del turismo hanno iniziato a fare gola a molti. Alberghi e tour operator sono spuntati un po’ ovunque, offrendo corse in motoslitta sui ghiacchiai, esplorazione di caverne di ghiaccio, gite in Zodiac su laghi costellati di iceberg. In una corsa allo sfruttamento di questa ondata di visitatori, gli autonoleggi affittano auto con gomme estive in pieno inverno, le compagnie di autobus sfrecciano a velocità folli su ponti a senso unico e i negozi di souvenir sono pieni di pacchiani pulcinella di mare made in china.

Il boom del turismo internazionale in entrata è in continua crescita, circa il 20% all’anno, con un obiettivo di 1 milione di turisti all’anno entro il 2020 a seguito del piano di sviluppo del settore turistico avviato dal governo islandese per aumentare le presenze straniere nella nazione.

Tutto questo non sembrava un problema, fino a quando gli islandesi non si sono accorti che la loro isola non poteva ospitare tutti questi visitatori senza subirne le conseguenze. La delicata flora ha iniziato a mostrare i segni indelebili delle suole degli scarponcini da trekking, le infrastrutture faticano e reggere il passo in una nazione dove esiste un’unica strada che corre intorno all’isola e in più punti è sterrata o a un solo senso di marcia. In più, l’Islanda è una nazione pericolosa. Sempre più turisti si perdono tra i crepacci dei ghiacciai, perdono il controllo della loro monovolume a noleggio sulle strade ghiacciate o vengono risucchiati dall’oceano sulle nere spiagge laviche.

Ma come può l’Islanda, che ha scommesso la sua ripresa economica sul turismo di massa, ora negarsi alle ondate di cinesi che vengono caricati ogni giorno sugli autobus di linea della capitale? Il turismo di massa porterà inesorabilmente alla distruzione del patrimonio naturalistico e antropologico islandese? Insieme al riscaldamento globale, saranno le compagnie aeree low cost a distruggere i ghiacciai millenari e i pinnacoli di lava delle scogliere a picco sul mare?
Molti, forse saggiamente, hanno deciso di restare ancorati alle tradizioni più antiche, isolandosi dal consumismo e dai maglioni tipici fatti con lana cinese.

Un reportage paradossale, soprattutto per me, nata e cresciuta in Liguria, schiava del turismo mordi e fuggi della domenica. Scatti privi o quasi di presenza umana, in una nazione che inizia a lamentare e a soffirire un insostenibile afflusso di turismo, anche se difficilmente percepito dai non residenti, ma che morirebbe senza di esso. Un viaggio alla ricerca della solitudine in una nazione che presto vedrà più turisti a stagione che abitanti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sorgente: Foto L’Islanda in bianco e nero – 1 di 19 – National Geographic

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